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05/02/2007
prova

prova

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15/11/2006
splindernight - the night

CF: "Bhé, pensavo ci fossero più nerds..."
CCSCH: "Invece io m'aspettavo più ragazzini"

PKT: "Ciao! Chi sei?"

MJ: "Un secondo free drink a testa!? Ci vogliono ubriacare?"
CF: "Semplicemente c'è meno gente del previsto e i drink erano già pagati"
MJ: "Ah..."

P1: "Dimmi perché dovrei leggere il tuo blog"
PKT: "Perché ci scrivo cazzate"

MJ a SOL: "Ah, ho capito chi sei!!! Ti ero sopra...nella lista dei commenti, intendo"

PKT: "Come ti chiami?"
P1: "P"
PKT: "E tu?"
P2: "P"
PKT: "Anche tu?!"

MJ: "Tu quindi sei un interno di Splinder! Buono a sapersi, dobbiamo scrivere a te quando c'è il messaggio di manutenzione?"

CCSH: "Ma quel tipo lì che fotografa nell'angolo"
MJ: "Quale?"
CF: "Quello incravattato?"
CCSH: "Sì, lui. Parla da solo!"
MJ: "Avrà un  blog privato"

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13/11/2006
Splinder night

Ok ok... lo so che ho traslocato di recente su WordPress inuna villetta indipendente di proprietà, ma resta il fatto che il qui presente blog è ancora visibile e leggibile nel "condominio" splinder dove ho vissuto in affitto fin dal lontano 2003, a partire dagli albori.

Inoltre molti dei miei amici sono a loro volta splinderisti quindi li vado spesso a trovare nel "condominio".

Perciò... spero di ricevere ugualmente l'invito alla

Splinder night

Insomma mi farebbe piacere, non rinnego le origini splinderiane (tanto che per un periodo ne ho avuto pure la versione "PRO").

Vabbé ci vediamo in giro se non proprio domani da qualche altra parte.

Bax

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03/10/2006

Francesco, l'ostetrico, ha reso possibile con la sua perizia e pazienza il taglio del cordone ombelicale. Il parto con plug in è stato un po' travagliato ma l'importazione di post, commenti e permalink è riuscita.

GSChicco, in veste di padrino ha seguito in orario notturno i deliri della gestante, che arrivava a chiedere l'epidurale con una dose di Linux massiccia.

Lollo, ha assecondato le mie voglie durante le scorse settimane d'attesa concedendo l'utilizzo del suo portatile (e vai con i doppi sensi!).

Luciano, Mic, Nebbioso si sono adoperati per il corso accelerato di pre-parto, sempre generosi di consigli e suggerimenti.

Con queste premesse e l'aiuto incondizionato e prezioso dei sopracitati non poteva che nascere un bloggino sano, con tutti i suoi begli archivi giusti, il suo template di default (presto lo svezzeremo per un template personalizzato) e completo di tutti i commenti in ben 3 anni di attività.

Con commozione e imperitura gratitudine annuncio la lieta novella:

www.mimijoy.net c'è

un altro blog in WordPress!

IL PLUG IN DI FRANCESCO, CHE PERMETTE DI IMPORTARE POST, ARCHIVI, COMMENTI, CATEGORIE DA SPLINDER IN WORDPRESS LO TROVATE QUI: PLUG IN

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02/10/2006

Grazie a Terenzani.it  il salto di qualità è vicino!

Sono la zia tester del suo plug in per importare da Splinder post e (udite, udite!) commenti su Wordpress. Una ola virtuale a Francesco. IMPORTANTE: Se usate il suo plug in fateglielo sapere con un una donazione (anche simbolica) Paypal. Supportiamo le giovani menti che ci aiutano nel rapido ed efficace disbrigo di queste procedure, che per i più sono criptiche come versetti in aramaico! GRAZIE FRANCESCO! Mi sento molto Pupa & Secchione ;)

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27/09/2006

Lunedì non riuscivo quasi a vestirmi per l'indolenzimento dei muscoli. Mentre mi muovevo lentamente, con l'illusione di soffrire meno, ridevo. Come non mi succedeva da tempo, pensando alle mie scorribande in moto.

Un mese fa durante le vacanze in Sardegna ero agli antipodi, persa in pianti rabbiosi. Il Monster non c'entrava ero piuttosto in preda ad un esaurimento moto-nervoso, culminato in attacco di panico, guidando sulla Baunei-Dorgali. Temporale estivo con nebbia e temperature autunnali, fradicia fino alle ossa, tesa, scoraggiata mi dicevo nel casco grondante: "Ma che ci sto a fare qui? Io con la moto non c'entro niente, ho freddo, sono da strizzare, sono stanca, HO PAURA".

Un blocco, un nodo che mi ha messo il dubbio, dopo 5 anni, che la moto non facesse più per me.

Non era la mia Ducati fiammante, non erano le strade sinuose e bellissime della Sardegna, non erano gli altri compagni di viaggio troppo "manici", ero io che non funzionavo in sella.

Tutti se ne erano accorti. Peggiorando la mia vergogna e il senso di inadeguatezza.

Ero io che non avevo fiducia in me stessa.

Per sfida ho aderito subito all’iniziativa del Supermotard con il Team Cattaneo e Alex del gruppo Fazzoletti Rossi.

Vanessa, amica motociclista, aveva organizzato e coordinato tutto talmente bene nelle settimane precedenti, che non c'erano scuse per rimanere a casa. M'è venuta a prendere in auto con un forumista di Motard.it domenica mattina presto. Destinazione finale la pista di Castelletto di Branduzzo.

Rinunciare ad un'occasione così sarebbe stato un delitto. Inutile dire che ho dormito poco o nulla sabato notte per l'agitazione, e fin dal primo mattino di domenica ero pronta in anticipo. Mi sono persino truccata per "perdere tempo" e occupare le mani nervose.

La paura e quell'ansia vissuti in Sardegna erano però ancora ben presenti... ma stavolta a Castelletto di Branduzzo c'era anche qualcos'altro.

Il punto di non ritorno. Volevo ricominciare a divertirmi in moto. Per capire una volta per tutte se io e le due ruote fossimo compatibili.

Quando sei su un trampolino sai che non puoi fare a meno di tuffarti, anche se te la fai sotto. Allora, tra disperazione e terrore trovi il coraggio di buttarti.

Così, tremante nella tuta in pelle, ho affrontato l'ingresso in pista.

La mano si stringeva sulla leva della frizione. Il motore dell'Husqvarna cantava in sottofondo e sembrava farmi da rullo di tamburo. Con la punta del piede destro poggiata a terra riuscivo a malapena a stare in equilibrio, dall'altra parte Stefano, il meccanico, mi sosteneva la moto. L'interno coscia era in tensione massima.

Alex continuava a guardarmi fisso negli occhi e ripetermi:

"Respira, non andare in apnea, quando sei stanca esci e fermati"

Non mi sono vista in quei momenti, ma credo avessi le pupille dilatate come un gatto impaurito.

Avevamo praticamente la pista tutta per noi ragazze.

Non potevo tirarmi indietro. Ero in ingresso pista, ero sul trampolino mentale, pronta a tuffarmi nei miei timori.

Mi sono buttata e l’asfalto era un fiume in cui all’inizio annaspavo. Poi, curva dopo curva, scivolavo galleggiando nel torrente della velocità.

Tre giri e già tiravo fuori la gambetta facendo scendere il manubrio di sguincio...spostando il corpo nella direzione opposta... Lo stivale come timone, il manubrio come pagaia.

Ero nel flusso, ondeggiavo con la moto tra i cordoli.

Non so dire quanti giri ho fatto. Ero drogata, ipnotizzata. Ero io? Ero quella che piangeva nel casco un mese prima in Sardegna?

Apnea? Credo che in quei minuti respirassi con tutti i pori, con ogni cellula del mio corpo. Al massimo ho rischiato un iperventilazione esilarante, perché nei cambi di moto ("Prendo il 250? No, dammi quel 450 che prima m’era piaciuto!"), ridevo, saltavo, urlavo di gioia.

Il Supermotard è stato rigenerante come una nuotata nell’acqua fresca.

In pista ho sempre cercato il ginocchio a terra senza successo. Sta a vedere che invece di rannicchiarmi in carena avevo invece solo bisogno di stendere gambe e braccia!

Ero felice di ritrovarmi tra donne come me, che hanno le mie stesse paure, desideri, emozioni, sfide interiori. Lì, nel flusso del circuito, eravamo tutte uguali, non importava se una guidava da sedici anni la moto o se non aveva mai provato l'ebbrezza della pista. Eravamo noi donne, la bellezza del Motodromo e la potenza delle Husqvarna.

Durante la giornata mi sentivo tra amici, quasi in casa. Tutti carini, e disponibili a dare consigli e incoraggiare. Adriano, il responsabile del circuito, ha avuto con noi ragazze una disponibilità incredibile e tantissima premura.

Il Motodromo non ha un paddock enorme, ma prefabbricati semplici e una zona per la pratica con i percorsi di birilli. Atmosfera quasi da campeggio. Viavai di moto e buon profumo di hamburger alla griglia, misto a benzina. Questo sì che si chiama pit stop!

Bello vedere tanti bambini e famiglie come spettatori, l'atmosfera è cordiale. Nessun bilico enorme con stemmi araldici altisonanti delle case motociclistiche, ma tanti furgoni e carrelli di appassionati e privati.

Chiunque abbia provato il Supermotard assieme a noi ragazze, per la prima volta, aveva un sorriso eccitato e trionfante.

M'hanno detto che stavo per strusciare le pedane... E quando le ho fatte strusciare sul serio, cadendo (all'ultimo giro dell'ultimo turno, un classico!) ero eccitata e per nulla spaventata (solo preoccupata per quella bellissima Husqvarna).

Ebbene sì, cadere m'è servito e ho sentito che faceva parte della lezione del giorno.

Una sorta di battesimo... Perché sono "motociclisticamente" rinata a Castelletto.

Acqua, corrente, flusso, tuffo, apnea, battesimo…Il Supermotard ha lavato via le mie paure. Ora resta la sete per il prossimo giro in pista!

Grazie a Vanessa di Motocicliste.net per aver coordinato con pazienza e precisione la preparazione di questa giornata di Supermotard femminile.

Grazie ad Alex e Stefano di Fazzoletti Rossi per averci fornito gli ingredienti della ricetta della felicità.

Grazie a Adriano del Motodromo per l'attenzione e la fiducia nei confronti delle donne motocicliste.

Grazie a me stessa perché finalmente ho creduto in me!

Paura del trampolino o della moto?

Soundtrack: "Jump" Madonna

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20/09/2006

La segretaria e il capo

Ho incrociato il mio boss in corridoio, lui in direzione della toilette io di rientro in ufficio. Gli ho fatto una domanda al volo (trovarlo disponibile in certi giorni è un miracolo, sicché sfrutto ogni occasione utile, anche se non proprio opportuna). Lui nel rispondermi ha girato l’angolo, con la mano destra ha impugnato la maniglia della porta del bagno, iniziando a socchiuderla.

Credo fosse soprappensiero e concentrato nel formulare il suo discorso, trattenendosi dall’impellenza. Continuava a parlare e socchiudere la porta. Mi sono sentita in colpa, del resto però poteva anche rispondermi un semplice "Non adesso…" Ho proprio bloccato il boss nel momento del bisogno, letterale, per questo non lo biasimo, poveretto.

Poi sempre nel mezzo del suo discorso con la mano sinistra ha cominciato ad abbassarsi la zip dei pantaloni. Un gesto suppongo innocuo e non premeditato, ma sono rimasta lo stesso interdetta. Per fortuna non stavo parlando io in quel momento, perché avrei balbettato sicuramente.

E’ stato un po’ come quando vedi i cani leccarsi: sai che è naturale, ma c’è sempre un filo di morbosità nel guardarli mentre lo fanno. Sono quelle cose che ti inceppano i pensieri per qualche secondo: una spallata involontaria di uno sconosciuto, uno starnuto durante l’omelia monotona di un prete, un’imprecazione sconcia sulle labbra di una vecchina a modo.

Negli Stati Uniti avrebbero denunciato il fatto come "molestia sessuale!". Io non so ancora se l’idea che lui si senta suo agio, tanto da calarsi la zip dei pantaloni davanti a me, totalmente incurante, sia un segno positivo o meno.

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19/09/2006

Sono gnucca, una vera dummy - aggiornamento su Evoluzione Cercasi

E' un casino. Decido che affiderò a Wordpress la gestione del blog. E' già qualcosa... un passo avanti. Stresso degli inconsapevoli blogger con le mie menate (Luciano, Mic, Tambu non odiatemi). Scarico il necessario, obbedisco al file "readme" di Wordpress e leggo tutto per benino, pur comprendendone solo il 25%. Di solito mi va di culo con ste cose, quindi proseguo e ad aiutarmi nel primo tentativo di installazione c'è anche Lo, povero martire che mi supporta e mi sopporta. Test  fallito. Manca qualcosa, ma cosa? Lo comprendo qualche giorno dopo, et voilà: immediatamente mi attivo il servizio aggiuntivo su Aruba per i database MySQL. Arrivano le coordinate mancanti, ci dovremmo essere, nel frattempo invio una mail ad un paziente moderatore Arubiano per ulteriori informazioni, il quale mi risponde gentilmente e candidamente...

Puoi attivare MySql in qualunque momento: attenzione che per usare Wordpress ti occorre Hosting Linux, nel tuo caso windows+linux, vedasi

http://assistenza.aruba.it/kb/idx/47/0/00003Hosting_Windows__Linux.html

http://vademecum.aruba.it/start/linux/php_wordpress2.html

E' tutto meraviglioso, gli sono infinitamente grata. Davvero. A me i puzzle piacciono un casino e neanche quelli facili facili, bensì quelli "fetenti" di Escher, per intenderci. Ma che ne so io se ho l'hosting linux? Da dove lo capisco? La mail di attivazione di Aruba del lontano marzo 2005 non mi pare ne faccia cenno... Chi me lo dice? Affogo in sigle, script e istruzioni per l'uso.

Così mi scopro gnucca di brutto. Per fortuna che il servizio aggiuntivo di MySQL è attivo per due anni. Ho tempo per "qualche" tutorial. Barcollo ma non mollo!

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08/09/2006

Evoluzione cercasi

Blog, cronologia certificata dal 2003, contatore visite vicino alle 7 cifre, dominio già registrato, cerca webdesigner per evolvere leggermente l’attuale template e predisporre gestione blog direttamente da spazio web di proprietà.

Astenersi mercenari, perditempo e caritatevoli saranno giudicati come titoli preferenziali. Sono graditi link a template e blog già realizzati in passato. Benvenuti anche consigli sul do it yourself (al massimo mi arrangio e ci provo da sola). Candidature e consigli da inviare tramite commenti a questo post. Grazie

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04/09/2006

Primo giorno di scuola. A ricordarmelo sono le mamme col sorriso un po’ triste e i lucciconi davanti al portone della scuola elementare.
A me sembrano tutti piccoli questi bambini. Io non ero così. O forse sì.

Rallento per curvare attorno all’edificio, ben sapendo che oltre l’angolo uno zaino con i piedi potrebbe tagliarmi la strada. La scuola ha tre ingressi.
Faccio per abbassarmi la visiera ma decido che l’aria di settembre, da primo giorno di scuola, mi piace. Decelero ancora, le strisce pedonali me lo impongono.

La velocità quasi a passo d’uomo mi permette di vederla ancora meglio. E’ sul marciapiede a fianco a me, procede in direzione opposta alla mia, cinquanta metri più avanti, sulla destra. La bimba scioglie impaziente la manina dalla presa della madre. Un gesto infastidito, fatto chissà quante volte di fronte alle vetrine di giocattoli, al parco giochi.
Vedo la madre alzare gli occhi al cielo e sbuffare divertita. Sa che oggi sono due mani che lasciano la presa, mentre un domani sarà:
"mammachepallecheseivogliofarelamiavita".

La bambina ha iniziato a correre verso il portone sud della scuola, è come in fuga. La corsa la impegna così tanto da farle sobbalzare la mascella e tremare le guance ad ogni falcata. Non ha l’eleganza di un velocista, piuttosto è scomposta e goffa.
Non m’accorgo del tombino e rimbalzo leggermente anch’io sulla sella. Ridicola donna in moto.
Il guizzo della bimba si contrappone alla flemma della madre, che non ha modificato il passo e, dopo aver rovistato nella borsa, ha sfoderato il suo cellulare per fotografare la piccola sulla soglia del portone "Riservato alle classi I A e I B".

Si capisce che il grembiule rosa la impiccia nella sua volata finale e percepisco anch’io le scarpine nuove fregarle sull’alluce. No, è solo suggestione: sono le mie scarpe che giocano un po’ nervose con il pedale del cambio. Stringo le mani sul manubrio come lei stringe gli spallacci dello zaino. Sono regolati troppo lenti e li afferra come un paracadutista frustato da folate d’aria.

Per un istante, distratta dal rumore della moto, la scolaretta rallenta la corsa e mi osserva, affannata. Sembra dirmi con un’occhiata trionfale:
"E’ il mio primo giorno di scuola! Sono grande!"
Non reggo lo sguardo e abbasso gli occhi. Chiudo la visiera per darmi un contegno e nello specchietto retrovisore intravedo madre e figlia di spalle, ricongiunte di nuovo per mano. Giro l’angolo. Guardo avanti. Vado su di marce e accelero.

Sono io quella in fuga ora. Mi accorgo di invidiarla. Per entrambe le affermazioni nel suo sguardo spavaldo. E per quella stretta di mano. Io non ero così. O forse sì.

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01/09/2006

Per tutti quelli che… "quanto si stava bene in ferie!"

Per tutti quelli che… durante la vacanza, però, hanno litigato con i compagni di viaggio

Per tutti quelli che… "c’è la crisi"

Per tutti quelli che… "non me ne va dritta una!"

Per tutti quelli che… si sentono perseguitati dalla sfiga

Per tutti quelli che… vivono il lavoro come un supplizio

Per tutti quelli che… gli girano le palle

Per tutti quelli che… non sono mai contenti di nulla

Shhhhhhhhh

Clare sta dormendo!!!!

Congratulazioni a mamma, papà e fratellino!

Clare, benarrivata tra noi. Vorrei essere un giorno la zia che ti insegnerà ad andare in bici senza rotelle. Ad insergnarti a guidare la moto, sempre se lo vorrai, ci sarà tuo padre (io gli ho fatto da cavia qualche anno fa!).

Oggi la vita, questa vita, mi piace un bel po'. Grazie a te, Clare.

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03/08/2006

Bikini Ducati

Tutto pronto, o quasi, per la vacanza in moto: tute antipioggia, kit riparazione pneumatici, multipinza svizzera, guida della Sardegna... e poi shorts, magliette, polo e tanti costumi da bagno. Approposito di beachwear, un amico oggi mi chiede via mail se, da brava ducatista ho il bikini Ducati e mi invia il link a motoblog.it ...

Argh, mi sa che il mio bikini sarebbe verosimilmente non marchiato Ducati Corse, bensì Ducati Cosce!

 

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12/07/2006

E’ stato ieri o forse l’altro ieri,
Tornavo a casa che il sole era già in piedi,
La mia piantina lì sul davanzale,
Mi supplicava di darle da bere.

Pensavo tanto, non ne trovavo il senso…
Volevo ridere, adesso che ci penso.
Io lì seduto che me ne stavo mite,
La mia piantina urlava ho sete.

Uno, due e tre, comincerò da me.
E non sarà di certo facile.
Sto già contando trentadue, ma…
Ci sto lavorando…

Dovuta agli animi irrequieti,
Dovuta come il sonno,
Dovuta al corpo stanco,
Dovuta al cuor.

Dovuta a chi ha dovuto…
senz’altro anche dovuta a chi…
Dovuta e qui si tace…
Dovuta un pò di pace.

Poi ho creduto di averla catturata,
L’irrequietezza d’un tratto dileguata.
E’ per la gioia che stavo per ballare, quando…
Il mio sorriso mescolavo al pianto.

Vivo in un mondo che mi porta lontano,
quello in cui vivo veramente mi è cattivo,
a petto in fuori urlavo io lo cambierò,
urlavo ma ero io per primo che dovevo cambiare…

Uno, due e tre, continuerò da me.
No non ho detto che sia facile,
Sto già contando trentadue, ma…
Ci sto lavorando… Ancora un pò.

Dopo un bel poco ancora un poco e dopo un pò…
Un altro po’…

Puzzle - Porta Vagnu -  Ivan Segreto - 2004


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03/07/2006

Torno subito
Nei prossimi due giorni sarò in Cascina Caremma. Per lavoro, eh...

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26/06/2006

Pubblico e privato Al lusso ci si abitua presto. Così mi godo Gara 1 e Gara 2 dalla sala stampa del Santamonica. Troppo caldo, troppa gente fuori. Mi sento un’intrusa e temo ad ogni sguardo di essere smascherata come un’infiltrata, indegna del pass che porto al collo.

Questa serie di piccoli privilegi a volte mi imbarazzano, mi lusingano. Riesco persino ad assistere ad una conferenza stampa solo per giornalisti… Quante cose nuove! Ed io sono qui tra ingegneri, tester, tecnici! Quante domande avrei da fare ai relatori! Eppure mi sento sollevata e più sicura mentre scendo le scale e mi immetto nel flusso di gente tra motorhome, gazebo, hospitality. Sono per così dire tornata al mio livello...fra la gente comune.

Preferisco confondermi con gli spettatori del paddock dove tutti sono giustamente interessati alle moto, ai piloti e alle ragazze con trampoli e ombrellino. Ho l’illusione di essere invisibile fintanto che una ragazzina con chewing gum mi allunga un volantino dell’ultima collezione di mutande Sloggi.

Mi sento bene e male a fasi alterne. Ci sono momenti in cui salirei nuovamente quelle scale che portano al media centre solo per mostrare il pass da sborona ai tipi della security. Altri in cui mi nasconderei volentieri dalla confusione, in preda dal morbo di Stendhal per la troppa bellezza e frenesia del mondo Superbike.

Sono felice, eccitata, curiosa, e allo stesso tempo vorrei essere da un’altra parte. Non so dove ma sicuramente in sella alla mia moto, raggomitolata sotto il cupolino, in un cono di velocità, da sola, anonima.

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23/06/2006

Febbre mundial

MimiJoy: "Ma dài, a partita in tv dell'Italia con tutti gli uffici bloccati... non si può. Lavoriamo con gli Stati Uniti, il calcio non è nemmeno core business per noi, abbiamo una predominanza di impiegate donne, come fai a lasciare interi dipartimenti inattivi? Se fossimo sponsor, capirei"

Libellula: "Sì, però è l'Italia che gioca anche a me non interessa il calcio, ma quando gioca  l'Italia..."

MJ: "Ho capito, ma non è una finalissima. Insomma, mentre i colleghi nel pallone perdono due ore davati allo schermo io potrei allora decidere di andare al centro commerciale a far la spesa, visto che non mi importa della partita... O tutti o nessuno, giusto? Siamo in cento e passa dipendenti"

L: [con faccia angelica] "Ma la partita vista con i  colleghi fa team building!"

MJ:"Ah, bhé allora..."

[risate di entrambe]

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19/06/2006

Ricetta dell’(in)felicità

Ingredienti:

1 giornata non lavorativa di sole,
1 bicicletta (meglio se la stessa di quando andavate al liceo)
1 spruzzata d’esperienza della vostra estetista prediletta,
3 dozzine di impulsi di luce allo xenon,
6 cucchiai di cera depilatoria al titanio con strisce di carta tessuto,
3 pizzichi di pizzicore post epilazione
1 bella manciata di pazienza dell’apprendista estetista,
Varie pennellate di french pedicure q.b.,
3 ore di compagnia di vostra sorella,
100 sforbiciate del parrucchiere di tendenza,
Abbondante aria calda di phon (NB la colonnina di mercurio fuori segna +30c°),
10 chili di risate a volontà con l’amica che non vedete da mesi e l’amica simpatica di famiglia
4 adesivi decorativi per manicure (meglio se a fiorellini rosa e farfalline lilla da liceale),
1 beautycase di prodotti per la ricostruzione delle unghie,
20 minuti di ritardo dell’intercity plus per Milano
1 fidanzato che vi fa raccomandazioni sul fatto di dimagrire, non abbuffarsi e prendersi cura di sé

Iniziare la bella giornata di sole con un’allegra pedalata in bicicletta. Meglio se accompagnata da paesaggio rurale della provincia trevigiana e qualche sana cantata a squarciagola con l'iPod.

Una volta giunte al centro estetico abbinate gli impulsi di luce allo xenon con l’esperienza dell’estetista. E’ probabile che si manifestino leggeri rossori nelle parti delicate, seguiti da immediati "ahi!" ma è segno che la ricetta è impegnativa ma non impossibile a realizzarsi. Se belli si vuole apparire un poco si deve soffrire...

Fatevi ungere dei sei cucchiai di ceretta al titanio e mettete a dura prova il vostro masochismo con vigorosi strappi contropelo. Quest’operazione può essere eseguita dall’apprendista giovane che condirà il tutto con tanto entusiasmo e pazienza certosina, in lotta contro la malefica peluria superflua fino all'ultima spinzettata.

Lo step successivo vede sia estetista che apprendista spartirsi i due piedini con massaggi, limatura, cremine varie e stesura di smalto per la french pedicure.

Rientrate a casa, per poi uscirne trascinando con voi la sorella. Portatela presso il salone di parrucchieri di tendenza e fatela assistere alla vostra nuova trasformazione: da capello mosso a liscio, da fronte scoperta a frangetta. Dopo le sforbiciate fatevi investire dal getto d’aria calda del phon. La variante della ricetta prevede che, se lo desidera, anche la sorella può sottoporsi ad una messa in piega.

Prendete gli ultimi ingredienti, non abbiate paura di abbondare, del resto l’amica non la vedevate da mesi e non c’è pericolo di ingrassare, se non di risate e buonumore. Sentitevi come una sedicenne e cospargete i 4 adesivi a forma di farfalline e fiori sulle vostre unghie appena ricostruite con il gel. Come finitura raccogliete consensi dall’amica di famiglia simpatica che si è appena aggregata alla seduta di manicure.

Cuocete tutti i bei ricordi, le belle sensazioni, il relax, la spensieratezza le coccole accumulate in questi due giorni nella tratta ferroviaria fino a Milano Centrale.

Sentitevi carine, un po’ sbarazzine e nuove mentre vi avvicinate al fidanzato che vi aspetta al binario.

Fatevi squadrare per qualche minuto, mostrategli tronfie d’orgoglio i risultati del vostro beauty day.

"Non ho mai avuto la passione per le frangette..." se lui ve lo dirà guardandovi di sbieco, saprete che la ricetta va servita fredda. Ben fredda.

Uff...Uffffff...

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14/06/2006

Ogg: ma dove sei?

Non mi trova, mi sta cercando da fuori, persino con una mail inviata da BlackBerry. Vedo sul display del telefono che mi ha cercata alle

17:46

17:50

17:54

Però… tenace.

Vorrei dire la stessa cosa della mia vescica, ma mi spiace Capo, ero scappata in bagno.

Starà pensando "ma come, ben 8 minuti di assenza???"

Ah, è vero le chiamate perse sono tre, come le persone a cui sono andata a riconsegnare i documenti urgenti che mi aveva appena firmato per approvazione, prima di uscire.

Che buffo, l’ho richiamato e questa volta ad essere impegnato e non reperibile sembra essere lui.

Devo aver fatto un patto con satana a mia insaputa

Ma dove sono?

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13/06/2006

Occhi di ragazza Sarà che sono donna e il calcio più di tanto non mi appassiona, ma sono l'unica che vede dei salvaslip disegnati sui palloni del mondiale?

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30/05/2006

Mi odio...Ho chiamato ora in officina per il primo tagliando del Monster: tutto fully booked fino al 9 giugno.Sgrunf... mannaggia mi perdo 2 week end di moto...mi odio.

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26/05/2006

Barcellona. Assaggiata in tutta fretta un anno fa per lavoro. Adesso ho l’occasione per gustarmela. Sono sola con persone che non conosco bene. Una vacanza "incentive" che ancora non sento di meritarmi ma che ho desiderato fortemente. Riconosco i dintorni dell’aeroporto del Prat. Dal finestrino del taxi inalo aria e polvere catalana. La radio frigge risate e chiacchiere. Tutto mi sembra nuovo e conosciuto al tempo stesso. C’è vento. C’è sempre vento a Barcellona mi dice l’accompagnatrice dell’agenzia.

L’hotel Rey Juan Carlos I è un colosso di cemento e vetro. Al suo interno quindici piani di corridoi inquietanti che ti attirano verso gli ascensori panoramici. Una forma quasi da vulva tecnologica. Legno, vetro, metallo, neon. La camera al dodicesimo piano ha una finestra ampia su Barcellona. Ma non si apre. Mi sento sigillata in una capsula di lusso e la città fuori ai miei piedi pulsa, chiama, bussa. No, non è la città che bussa ma la cameriera filippina. Mi lascia un vassoio con acqua frutta fresca, cioccolatini e un invito del direttore dell’hotel al cocktail in vip lounge.

Il letto matrimoniale mi ricorda che sono sola. Mi ci siedo per sfilarmi le ballerine e indossare le scarpe da tennis per il tour della città. Sono lusingata da questo servizio di lusso ma mi sento comunque sola.

Plaza de Catalunya è un fermento di turisti, studenti, gente comune. In un attimo confluiamo nelle Ramblas trascinate dai cinguettii dei pappagallini in gabbia, e dai versi degli artisti di strada. Divertenti uomini-statua che si animano al tintinnio delle monete. Mi resta un velo di tristezza non appena cerco di immaginarne la vita senza trucco e vestiti di scena. Arriviamo in metro alla Sagrada Familia che il sole s’è nascosto dietro le nuvole. Non importa è bellissima. Bella come la fantasia di un bambino l’avrebbe immaginata. Bella con i suoi ghirigori, i particolari, le forme oniriche, fluide, stilizzate. Credo la si potrebbe ammirare per giorni interi senza stancarsene mai. Finita nel 2020? No, la Sagrada Familia è un organismo vivente. Vibra di energia, sembra una pianta marina.

Sono una compagna di viaggio patetica, sembro in gita scolastica: indico tutto, scatto foto, resto estasiata davanti ai monumenti, accendo lumini in chiesa, mi perdo alla Boqueria, compro souvenir patacca, mi sforzo di rispondere in spagnolo anche quando i negozianti si rivolgono a me in italiano. Dai negozietti mi chiamano "italiana, guapa, compra" ed io che speravo di sembrare una catalana, di fondermi con la città in cui volentieri vivrei. Le mie compagne sono più pacate, forse più abituate a viaggiare. Mi rendo conto che il mio entusiasmo infantile le urta. La sera mangiamo un po’ di Barcellona. Il ristorante è in periferia ma la cucina è buona, e ci sono degli universitari della goliardia con abiti e spillette, drappi che suonano per intrattenere gli ospiti in giardino. Dei ragazzotti inglesi dormono, ubriachi marci, seduti sotto le buganvillee, incuranti della musica e del panorama che la città gli offre generosa.

Mattina presto un tassista muto ci scarica vicino Santa Maria del Mar, la chiesa è chiusa, Barcellona ancora dorme. Scorgiamo ed inseguiamo due giganti di cartapesta, un uomo e una donna. Figure folcloristiche che si perdono nei viottoli del Barri Gotico. Un safari fotografico che inaspettatamente ci guida fino al Porto. Tra poche ore proprio da qui ci imbarcheremo sulla Voyager of The Seas.

Un paese galleggiante. Qui c’è tutto, persino il negozio di fiori, il parrucchiere, un campo da minigolf, una pista da pattinaggio sul ghiaccio, un cinema e la parete per il free climbing. Nella mia cabina torno a scoprirmi sola e con due giubbotti di salvataggio. Uno per me e uno per la mia anima? Salgo sul ponte a prendere il sole controvoglia. A casa non abbiamo uno specchio "a figura intera" e quello che ho in cabina è spietato. Non mi piaccio. Quanto successo al mio corpo dalle spalle in giù in quest’ultimo anno lo vedo nella sua interezza, per la prima volta oggi, e non mi piace. Vorrei davvero mimetizzarmi con la sdraio, volare via da questa nave e posarmici di tanto in tanto come un gabbiano che si riposa ma riprende presto il largo verso il cielo. Provo a stordirmi con una birra gelata e dormire. Ci riesco nonostante la musica jamaicana dal vivo ad alto volume. La pelle scotta, ma sento che la luce del sole non è arrivata dentro fino in fondo a me. Sono ubriaca di lusso, il personale di bordo è sempre sorridente e solerte.

Si cena in una sala in stile Titanic.

Penso a questa nave in cui si è liberi in mezzo al mediterraneo, liberi di scegliere se crogiolarsi al sole con un Miami Vice in mano, liberi di sudare in sauna e palestra, liberi di acquistare a prezzi da duty free. Sono libera e prigioniera. Navighiamo. I cellulari non prendono. Il mio confine è la balaustra da cui mi sporgo sul ponte, chiudo gli occhi e stringo le mascelle. Non mi manca nulla e forse è questo il problema.

Scendiamo al ponte 4, tra poco inizia lo spettacolo sul ghiaccio. Cinque posti vicini non ci sono. I novecento posti del teatro del ghiaccio sono quasi al completo. Ci suddividiamo, mi ritrovo di nuovo sola. Il telo mare sulle spalle scottate dal sole, in bocca ancora il sapore della piña colada. Sono seduta davanti ad una pista di ghiaccio, su una nave, ho appena preso il sole, tutto così bello, la coppia di pattinatori scende in pista e io piango, mi asciugo col telo che sa di cloro e abbronzante. Piango per quanto è bello vedere salti, abiti scintillanti, e il suono delle lame dei pattini sul ghiaccio. Piango per quanto è bella Barcellona, per i suoi colori, il sole, gli edifici, le chiese, il porto, la paella, il vino tinto e muchas gracias, hola guapa italiana. Troppo. Troppo tutto. Troppo relax, troppo lusso, troppe novità, troppe emozioni, troppo entusiasmo che si intride di tristezza e allora continuo a piangere.

Sbarchiamo al mattino presto e perdiamo due ore a depositare i bagagli all’aeroporto e tornare in centro. Una caccia veloce agli ultimi souvenir. Una sosta da Paramitas dove comprerei tutto, t-shirt spiritose, colorate, disegnate…buffo che il loro claim si a proprio "love and pain". Amore per la vita e dolore. Bellezza e pianto. Cuori e picche. Compro un paio di avarcas di Minorca, sono così comode che quasi non le voglio togliere, ma mi rimetto su le scarpe da tennis, sarà più bello indossare i sandali menorchini a Milano, mi faranno sentire meno lontana dalla Spagna. Lascio Barcellona e la saluto dal finestrino dell’aereo da cui rivedo pure la nostra supernave di lusso attraccata al porto. Muchas gracias Barcelona, hasta luego.

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25/05/2006

Barcelona

Where the winds all blew

The churches don’t have windows

But the graveyards do

Me and my shadow

Are wrestling again

Look out stranger

There’s a dark cloud moving in

But if you could hear

The voice in my heart

It would tell you

I’m afraid I am alone

Won’t somebody please

Hold me, release me

Show me the meaning of mercy

Let me loose

Fly, let me fly

Let me fly

Super paranoid

I’m blending, I’m blurring

I’m bleeding

Into the scenery

Loving someone else

Is so much easier

But I hold myself hostage

In the mirror

But if you could hear

The voice in my heart

It would tell you

I’m tired of feeling this way

God, won’t you please

Hold me, release me

Show me the meaning of mercy

Let me loose

Let me fly

Let me fly

Let me fly

I won’t be held down

I won’t be held back

I will lead with my faith

The red light

Has been following me

But don’t worry mother

It’s no longer my gravity

Hold me, release me

Show me the meaning of mercy

Let me fly

Let me fly

Let me fly

Barcelona  - Jewel 1998

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11/05/2006

Quell'amore di suocera ore 23.55 sullo schermo comprare la scritta in corsivo fuxia "The End". Il film è Quel mostro di mia suocera. Commediola da viaggio in aereo quando sei troppo rincoglionito dal jet lag e non cerchi nulla di impegnativo, solo un'alternativa in cuffia alla musica country del secondo canale.

Ci alziamo dal divano. Sparecchio la tavola, mentre Lo armeggia sul suo pc portatile in cerca di un'autoradio su Ebay. Disbrigo un po’ di cose gironzolando per casa.

"Ehi ragazza, vieni un po' qui... siediti un attimo davanti a me"

Il tono è perentorio. Continua con un

"Parliamo un po', cosa mi dici del film che abbiamo appena visto?"

Dal cucinino lo guardo perplessa. Piego la testa in modo interrogativo, sembro la versione umana di Rex cane investigatore. Lui invece proprio non mi bada ed è ancora lì, mezzo chino sul portatile, in attesa che mi sieda davanti a lui per farmi il terzo grado.

Sì, ma cosa vuole sapere? Dove vuole andare a parare? In che senso? Vorrà sapere cosa penso di sua madre? Vorrà dirmi che sua madre mi detesta come Jane Fonda detesta Jennifer Lopez nel film? Mi chiederà se temo che sua madre non mi voglia come possibile futura nuora? Vorrà sapere cosa ne penso del gap generazionale tra suocera e nuora?

Con fare quasi impaurito mi avvicino a lui... di sbiego, così quantomeno posso scampare l'interrogatorio faccia a faccia e intanto macino pensieri ipotesi.

Il suo volto è azzurrino, illuminato dal riflesso dello schermo del computer.

L'ansia sale, cerco di pensare a cosa sarebbe meglio rispondere se lui...

Faccio un passo, poi un altro, mi avvicino ancora a Lo, sempre più sospettosa.

Lo si volta. Fa una smorfia amareggiata...

"Sessanta secondi...solo sessanta secondi"

Non ci capisco più niente. Ho solo sessanta secondi per rispondere e poi mi giustizierà come la peggio convivente dell'anno? Ho solo sessanta secondi per dirgli che stimo sua madre, le sono affezionata e per certi versi vorrei avere la sua stessa grinta, cultura, intelligenza? Lo stillicidio di domande scomode durerà solo sessanta secondi? Aiuttt

Non lo riconosco più, il suo volto dolce lascia il posto a visioni di un aguzzino che mi tortura con "Confessa!", "Ammettilo!". Oddio, panico. Un altro passo e gli sono a fianco.

Lui si è voltato di nuovo, non mi guarda più e ora fissa il monitor. Sposto lo sguardo anch'io: un pop up con l'icona di un microfono.

"Si può registrare solo per sessanta secondi!"

Mi indica il pop up che ha una scala volume ed i tastini di play, rec, rwd, fwd.

Voleva provare la modalità di registrazione suoni del computer!

"Volevo provare a registrare la voce sul computer"

"Ahhh, [accompagnato da un mio gesto del braccio tipo mavaffa!], volevi usare il pc per registrare le interviste senza prendere appunti"

"Eh, sì ma dura solo sessanta secondi, è come niente."

Beata accennando quasi una mezza piroetta circumnavigo il tavolo e mi siedo sulla sedia davanti a Lo, accavallando le gambe in modo teatrale e dicendo a voce alta

"Uno due tre prova prova prova Sesssssso sessssso sessssssso"

Rido sollevata e penso che per l’interrogatorio schivato sarebbe più corretto dire "Uno due tre prova prova prova Sssssuocera, Sssssuocera, Sssssuocera"

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05/05/2006

Siamo bellissime e lo sappiamo Che bello, dopo un lungo, lunghissimo, inverno finalmente macino qualche chilometro! Peccato ci sia un consistente tratto d’autostrada da percorrere, ma meglio che niente. Sono anche un po’ sporchina: neve pioggia, fango e lo smog di Milano non hanno giovato ai miei Marchesini bianchi. Lei è agitata, sa che è il primo viaggio "serio" che ci facciamo insieme. Si è caricata sulle spalle lo zaino per godere della mia livrea rossobianca e mi accorgo di come osserva le curve del mio serbatoio, gonfia d’orgoglio e adorazione. Sono bellissima e lei lo sa. Facciamo subito una bella bevuta al distributore, significa che l’itinerario sarà lungo, non sto nella pelle, pardon non sto in folle…ho una gran voglia di ingranare le marce e partire verso il mio primo raduno con le Desmodonne.

In autostrada mi comporto bene, sono ancora in rodaggio del resto, meglio non strafare anche se questo limite forzato dei cinquemila giri ogni tanto mi va veramente stretto. C’è pure traffico stamattina e a Brescia qualche goccia di pioggia prova a scoraggiarci ma Le faccio capire che non soffro e, allegra, mi allungo in un’accelerata con quella spintarella da dietro che so piacerLe tanto. Infatti mi stringe fra le cosce e ride godereccia sotto il casco. Siamo bellissime e lo sappiamo. Inizio ad avere sete, oramai il parziale sul display segna quasi ducento chilometri di viaggio. Davanti a noi c’è un autogrill di quelli a ponte, che si affaccia sulle corsie dell’autostrada. Sopra il suono del mio bicilindrico sento che mi dice "Sosta al prossimo, non sei ancora in riserva…". E’ vero, sì… ma … ecco, veramente io… mi scappa una gran sete… passiamo l’ingresso all’autogrill, sfrecciamo sotto al ponte pieno di Rustichelle, oddio… aiuto… non resisto…ahhh!!!!

L’ho accesa.

La spia della riserva.

Ma porca di quella porca… peggio di Fantozzi, passo l’uscita per l’autogrill ed il distributore e mi vai in riserva, birbante e sfacciata che non sei altro! Guardo il display della strumentazione. Uhmmm buono, mi ha fatto più di duecento chilometri prima di entrare in riserva, ottimi consumi. Aspé, ecco il cartello che indica la prossima area di servizio.

Tesina Sud 33 km.

Orpo! Meglio chiudere un po’ il gas. Forza ciccia, passiamo in corsia lenta di destra e assestiamoci sui cento all’ora che qui siamo un po’ risicate con la benza.

Caspita, arrivano le due gallerie…sono corte ma ti prego non mi abbandonare ora. Una è andata, bravissima, ora procediamo anche dentro e fuori dall’altra. Perfetto. Sei proprio bellissima, eh, lo so!

Ventinove chilometri da quando mi sei entrata in riserva senza nemmeno farmi l’occhiolino con la spia arancione. Guarda qua bollino acceso fisso, ma tu tieni duro. Non mi abbandonare, manca poco alla prossima area di servizio che se non sbaglio è…

Dopo la nostra uscita per Valdastico. Oh merda.

Se proseguiamo è vero che abbiamo il distributore, la Rustichella, la toilette e sguardi ammirati dai passanti (perché siamo bellissime e lo sappiamo, veh!?) ma è anche vero che l’uscita successiva è Grisignano e ci ritroviamo praticamente a Padova, fuori strada di un bel po’ rispetto alle nostre necessità.

Dobbiamo decidere in fretta, ciccia.

Uscita Valdastico 1000 m

Col dito guantato metto la freccia a destra. Prendiamo la Valdastico. Eh, lo so che in questa bretella non ci sono distributori, ma appena fuori ne troveremo uno, tu intanto non mi abbandonare.

Facciamo altri sei chilometri, forza!

Sette chilometri, uscita Vicenza Nord. Curvone e discesa…

Coff, coff, sput, sblert

Ci siamo.

A secco.

Ma che fa??? Spinge coi piedi come se fosse in bicicletta o su un monopattino??? Eh, vuole guadagnare più strada possibile…ridicola! Mi ha portato al limite. A me dispiace ma davvero non ce la faccio più. Sono senza fiato praticamente, non c’è rimasta che qualche goccia di benzina nel mio pancino rosso con banda bianca…

Per fortuna che c’è il casello. Reggimi per piacere e accompagnami subito fuori che sono spenta, stanca e assetata.

Così mi ritrovo qui ferma all’uscita dell’autostrada. Lei ha pagato e a piedi mi ha sospinta fino al parcheggio. Mi ha assicurata con il bloccadisco (e dove vuoi che vada se sono a secco!!!) e si è diretta verso il centro del paesino sperduto della provincia vicentina. Aspetto, mentre dal cielo di tanto in tanto inizia a schizzare qualche goccia di pioggia. Riposo ubbidiente mentre il casellante mi sorveglia del suo chiosco.

Che culo clamoroso! Nemmeno farlo apposta! Arrivo appiedata al distributore chiuso (solo self service) dopo una camminata di pochi minuti, casco in mano, zaino in spalla e trovo questa coppia di sciuri in scooter che mi presta una tanica! Spettacolo. Ciccia, arrivo coi rinforzi, ti fai una bel cicchetto da cinque litri e torniamo al distributore a completare il pieno e restituire la tanica…

Piove, governo ladro! Ah, alla buon’ora… eccoLa che arriva con la pappa! Ho sete, ho sete voglio benzina a garganella! Apro il bocchetto del serbatoio. Glu glu glu sono così ingorda che ogni tanto deborda un filo di benzina e non mi rendo nemmeno conto del diluvio universale che si è rovesciato su Lisiera.

E’ un quarto d’ora che aspetto che la pioggia sballi…Non posso mica passare qui tutto il pomeriggio. A casa mia sorella ci attende e quando sono in moto lei è sempre in agitazione. Fanculo. Ciccia, si parte. Me ne frego della pioggia, andiamo a bere ancora al distributore e poi continuiamo la nostra avventura.

"Tuto posto, cea?"

"Sì grazie infinite per la tanica, siete stati davvero provvidenziali"

"A te sì tuta baganata! Vara che desso i gà verto anca el gabiotto dea cassa si te vol sugarte ‘na s-cianta"

"Grazie non occorre. Cose che capitano, ci sono abituata. Adesso faccio il pieno e proseguo"

"Anselmo, vara che moto granda e che bee che le xe tute e dò"

"Eh, sì siamo bellissime e lo sappiamo! Arrivederci e grazie ancora!"

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10/04/2006

Mimi nel paese delle meraviglie

"Sto arrivando, scusa ancora, dammi cinque minuti e sono lì, che macchina hai?"

"Sono con un’auto nera, qui davanti all’ingresso dell’azienda, il vostro è un palazzo tutto a quadrotti di vetro, giusto?"

"Sì, sì sei nel posto giusto. Ok, arrivo!"

Porca zozza porca. Stamattina mi sono dimenticata di prendere il casco da vendere, così mi tocca tornare a casa all’ora di pranzo, in volata. Però sono riuscita a mangiare un paninetto striminzito in macchina sbrodolandomi ovviamente i pantaloni e la maglia di pomodoro. Zio billy.
Guarda qua: due macchie giganti sull’interno coscia dei pantaloni puliti - messi oggi - e una patacca sulla tetta destra. Chissà se con l’acqua andranno via, per il momento sembro una vacca pezzata.
Che figura: mi presento chiazzata, sporca come il Principe Povero. Ma chi se ne frega, devo solo consegnare il casco a questo tipo, prendere i soldi concordati con Lollo e poi arrivederci e grazie, fine della favola.

Che poi io questo neanche so come si chiama di cognome… Uffa, che palle, magari lui vuole pure negoziare sul prezzo ed io in queste cose sono negata, non riesco a fare la Strega Cattiva e mi scoccia. Che poi il casco neanche è mio… Mi sembrano tanto robe in stile il Gatto e la Volpe. Io non ho mai venduto niente tramite annunci gratuiti o aste on line.

Umph, orczozz, puah! Ma posso ridurmi così: con il casco in braccio, la tracolla penzolante, il badge tra i denti, a cercare di chiudere la macchina parcheggiata nel sotterraneo di sbieco, proprio da cafona. Cammino su per la rampa del parcheggio interrato con la scatola del casco in bilico davanti agli occhi, il nastro portachiavi che striscia per terra, imprecando… faccio più casino io dei Quattro Musicanti di Brema!

Dov’è? Oddio non mi dire che sta all’entrata laterale, qui non ci sono auto nere, solo blu scure e grigie e rosse…

Capelli candidi, sulla cinquantina, giacca in pelle nera, una pipa in mano. Sembra la versione meno smagliante di Sean Connery. Mi fa un gesto e sorride: è lui, viene verso di me. Presentazioni, continua a sorridere ed ha mani forti e una stretta sincera e sicura. Mi viene in mente Re Artù, c'è qualcosa di autoritario e buono in lui.

"Ci facciamo un boccone assieme? Hai già mangiato?"

"Veramente sì, un paninetto e mi sono pure inzaccherata tutta" gli mostro l’alone umido sul pantalone. Ti fa sentire a tuo agio, ha un modo di fare rassicurante però mai fidarsi delle apparenze, anche la strega di Biancaneve si era presentata nelle vesti di una vecchina.

"Che moto avete?" mi chiede

"io ho un Monster S2R 800, Lollo tre Ducati, tu?"

"Ah, che bello, siete tutti e due motociclisti! Eh, ne ho diciassette: un po’ italiane, altre giapponesi. Ho anche una Lambretta"

Ah, però. Me le elenca ed è troppo dettagliato per mentire. Muoviamo qualche passo verso quella che dev’essere la sua macchina, dietro l’angolo. Indubbiamente nera. Porsche, ad occhio e croce metà anni ’90. Non male come zucca fatata.

"Fammi almeno compagnia a pranzo che questo posto è opprimente" Ha ragione con questo tempo la periferia Sud di Milano è triste. Sta per mettere lo scatolotto del casco subito in macchina. Come? Dopo tutte le corse che ho fatto per portarlo qui lo paga, lo prende e non guarda nemmeno se gli va bene? E chi sono io? La figlia della serva come Cenerentola?

"Ecco…" Lo blocco, gli prendo la scatola dalle mani e gliela apro sotto gli occhi, voglio che veda il casco per bene, anche se mi ha già dato i soldi pattuiti, senza batter ciglio, pochi istanti prima.

"il colore è smoky grey, c’è su ancora il cartellino, è nuovo, un regalo inutilizzato"

"Sì sì va bene, lo provo io anche se ho una L, ma tanto non è per me, lo devo regalare"

Se lo allaccia con ancora la pipa in mano. Ha un’aria un po’ idiota, da ragazzino che vuol fare il grande o da adulto che vuol fare il ragazzino. Anche lui con la sindrome di Peter Pan, come me?

"Dài, se non hai problemi con il capo, salta su, c’è qui vicino un posto dove sono stato quindici anni fa, una trattoria…" E io mi fido. Ci penso un attimo mentre infilo le dita nella maniglia della portiera. Attenti al lupo, mi dice una vocina dentro. Non sai chi è, la foresta metropolitana di Milano è infida e piena di pericoli.
Zitto Grillo Parlante!
Eppure mi fido e sono già seduta nell’avvolgente sedile in pelle e il motore del Carrera inizia a far le fusa.
Mangiamo nella trattoria che "è cambiata dall’ultima volta che ci sono stato…" chiacchieriamo, ridiamo, come farei con un ex professore o Mago Merlino.
Paga lui, carta di credito, ovvio, ma non lo fa pesare. E’ un lupo nobile, non un marpione o un Barbablu.
Mi sento come se avessi incontrato uno zio rampante, intelligente che parla di moto e delle sue tre figlie, di casa al lago, di Norton, MV Agusta, di auto regalate, di lavori in giro per mezza Italia. Ma non lo fa mai con supponenza, con presunzione. Per lui è normale.

Lo saluto davanti all’ingresso dell’azienda con la mia manina che fa ciao ciao: pugno, aperto, pugno, aperto, quasi patetica al pari di Pinocchio al suo primo giorno di scuola. "Grazie ancora C.!" gli urlo tutta giuliva.

E chi l’avrebbe mai detto che esistono ancora dei personaggi così…Un ex principe azzurro incanutito. Mentre io con la giacca impermeabile rossa, la borsa sportiva a tracolla, senza trucco, le scarpe basse con la punta tonda potrei sembrare al massimo Cappuccetto Rosso.

Pranzo a sorpresa con lieto fine.

E’ proprio vero che i motociclisti sono una favola a parte!

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04/04/2006

Elezioni 2006. Io sono qui. E tu dove sei?

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28/03/2006

Gli occhi cercano di scavare tra la gente accalcata, finalmente riescono a far breccia e tra le teste e le spalle si intravede una suora missionaria.
Il suo velo azzurro e bianco la fa sembrare quasi vestita di jeans e le sopracciglia grigie sono l’unica cosa che rivela la sua età.

In un primo momento non capisco cosa sta cercando di spiegare china verso tre bimbe a bocca aperta che la fissano metà stupite e metà dubbiose. Le mani paffute della donna hanno unghie curate, ma le dita sono segnate. Polpastrelli consumati a sfogliare il breviario, e carezzare visi rugosi e scacciare lacrime di bambini viziati e di altri seviziati. Mani impiegate in lavori umili e in alte preghiere.

Qualcuno davanti a me non è più interessato e passa allo stand successivo, mi faccio largo e conquisto un posto in seconda fila.
Mi godo lo spettacolo di tre risolini eccitati, sono le bambine che tastano un groviglio lanuginoso e giallastro.
“Questa è lana…i vostri nonni la mettevano nei materassi”.
Una piccola spettatrice avvicina al naso il riccio e fa una smorfia, non gradisce l’odore “animale”.

Con pazienza la suora continua con la spiegazione mostrando vasetti di polvere color indaco e giallo zafferano. Nel caos della fiera non riesco e forse non voglio sentire le sue parole. Il mio sguardo è inchiodato sui suoi palmi che ora porgono una nuvola azzurra in cui le dita delle bimbe affondano soddisfatte, come se avessero appena toccato un angolo di cielo.

In pochi attimi il batuffolo viene sfilacciato dalla suora, inesorabile, precisa, con ritmo costante. Ha una naturalezza che pare stia sgranando un rosario, invece mi accorgo che sta filando. Eccolo lì il fuso di legno, nudo come un braccio di crocefisso. Sono sufficienti dei rapidi movimenti ed il cono oblungo si veste di filo azzurro. Sempre di più, a velocità crescente. Come se il filo fosse un serpente che intimorito di cadere a terra si attorcigliasse ad un ramo.

Mi scosto, non reggo la vista di quel filo che si tormenta nelle mani della suora e si attanaglia al fuso per farsi fitto e compatto.

Sono io quel filo.

Mi allungo nei miei dubbi, mi spezzo nella paura, mi ricompongo nel mio dolore, annodandomi su me stessa, ricominciando da capo, ripassando sugli errori, sognando di diventare una calda sciarpa o un guanto.

So che la suora sta terminando di filare il fiocco di cielo. Le bimbe imbeccate dalle mamme ringraziano la religiosa ubbidienti. La suora sorride, abbandona sul banchetto il fuso per far loro un buffetto sulla guancia.

Il tavolino da campeggio, drappeggiato di juta è sbilenco, mentre mi allontano dallo stand con la coda dell’occhio scorgo il fuso cadere a terra ed iniziare a rotolare liberando la cima del filo con una scia azzurra birichina in fuga tra il calpestio della gente.

Cerco l’uscita dal padiglione della fiera, fuori c’è il sole, cerca di infiltrarsi dai finestroni. Sono all’aperto nel cortile del palazzo.

Istintivamente socchiudo gli occhi e respiro a fondo. Quando li riapro l’azzurro del cielo mi si tuffa addosso dai trampolini di cemento dei condomini milanesi.

Sorrido in piccolo, dentro di me. Da grande sarò filo, ma di aquilone.

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